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Terremoti indotti, esistono davvero? 

Quando si parla di “terremoti indotti” si entra in un tema delicato, spesso circondato da semplificazioni e slogan (“è colpa delle trivelle”, “hanno fatto esplodere qualcosa”). Dal punto di vista scientifico, però, la domanda ha una risposta netta: sì, esistono terremoti la cui occorrenza è legata in modo significativo ad attività umane. In geofisica si parla di induced seismicity o anthropogenic seismicity.

Questa constatazione non significa che “tutti i terremoti sono indotti”, né che qualsiasi attività industriale provochi automaticamente sismi avvertibili. Significa piuttosto che in alcune condizioni ben definite l’uomo può modificare lo stato di sforzo nella crosta terrestre fino a innescare la rottura di faglie già prossime all’instabilità.


Cosa si intende per terremoto “indotto”?

In letteratura si distinguono spesso tre categorie:

  • Terremoti naturali: generati esclusivamente dalla dinamica tettonica (movimento delle placche, accumulo e rilascio di stress).

  • Terremoti innescati (triggered): eventi naturali anticipati o modulati da una piccola perturbazione esterna (per esempio variazioni di carico o di pressione dei fluidi), ma che sarebbero comunque avvenuti in un orizzonte temporale relativamente breve.

  • Terremoti indotti in senso stretto: eventi la cui probabilità di accadimento, nel luogo e nel momento osservato, sarebbe trascurabile in assenza dell’attività antropica considerata.

In pratica, non stiamo “creando” dal nulla una faglia o una forza che non esistevano: stiamo agendo su un sistema già in equilibrio precario, modificando gli sforzi o la pressione dei fluidi nei pori delle rocce fino a portare una superficie di frattura al cedimento.


Il meccanismo fisico: sforzi, pressione dei pori e rottura

La resistenza al taglio di una faglia può essere descritta in modo semplificato dalla relazione di tipo Mohr–Coulomb:

tau_c = c + μ · sigma_eff

dove:

  • tau_c è la tensione di taglio necessaria alla rottura,

  • c è la coesione del materiale,

  • μ è il coefficiente di attrito,

  • sigma_eff è lo sforzo normale “efficace” sulla faglia.

Lo sforzo efficace si può scrivere come:

sigma_eff = sigma_totale − p_poro

dove:

  • sigma_totale è lo sforzo normale totale sulla faglia,

  • p_poro è la pressione del fluido nei pori della roccia.

Se aumentiamo la pressione del fluido nei pori (p_poro), ad esempio iniettando acqua in profondità, sigma_eff diminuisce e quindi si abbassa la soglia di stress a cui la faglia scivola. Allo stesso modo, rimuovendo o aggiungendo carico in superficie (grandi dighe, estrazione di grandi volumi di gas) modifichiamo la distribuzione degli sforzi totali.

Il terremoto indotto è quindi la risposta meccanica di un sistema già carico di stress tettonico che viene “spinto oltre” da una perturbazione artificiale.


Le principali cause note di sismicità indotta

1. Grandi invasi e dighe (reservoir induced seismicity)

Il riempimento di grandi bacini artificiali può produrre variazioni di carico dell’ordine di miliardi di tonnellate d’acqua sulla crosta sottostante e, contemporaneamente, infiltrazioni che aumentano la pressione dei pori nelle fratture profonde. In diversi casi internazionali si è osservato un incremento di attività sismica in coincidenza con il riempimento e le variazioni di livello del lago, talvolta con eventi di magnitudo moderata.

La fisica è la stessa: carico sovrastante + variazioni di pressione dei fluidi = modifica dello stato di sforzo su faglie pre-esistenti.

2. Estrazione di idrocarburi e iniezione di acque di scarto

L’estrazione di petrolio e gas modifica pressioni e volumi nei serbatoi profondi; ancora più critica è l’iniezione di grandi volumi di acque reflue (acque di produzione) in formazioni profonde. Il caso più studiato è quello dello Stato dell’Oklahoma (USA), dove a partire dal 2009 si è osservato un aumento di circa 900 volte nel tasso annuo di sismicità rispetto al livello di fondo storico, con centinaia di eventi di magnitudo ≥ 3 legati alla reiniezione di acque di scarto. 

Interventi regolatori che hanno ridotto le portate di iniezione e chiuso alcuni pozzi hanno portato, negli anni successivi, a una diminuzione significativa del numero di terremoti indotti, confermando la natura antropica del fenomeno.

3. Geotermia e sistemi geotermici stimolati (EGS)

Nei sistemi geotermici stimolati (Enhanced Geothermal Systems, EGS) si iniettano fluidi in rocce calde ma poco permeabili per aprire o riaprire fratture e aumentare la circolazione del fluido geotermico. Questa stimolazione è, in pratica, una forma di “micro-fratturazione” controllata.

Progetti sperimentali come quello di Basel (Svizzera) hanno generato migliaia di micro-terremoti e alcuni eventi di magnitudo ~3–3.5, sufficienti a essere avvertiti dalla popolazione e a indurre la sospensione del progetto.

In questo contesto la sismicità indotta non è una sorpresa, ma un effetto atteso: la sfida è controllarne livelli e distribuzione nel tempo, evitando magnitudo troppo elevate in aree urbanizzate.

4. Grandi giacimenti di gas e subsidenza

In alcuni grandi giacimenti di gas, la produzione prolungata porta a compattazione del serbatoio e subsidenza. La ridistribuzione lenta degli sforzi può attivare piccole faglie preesistenti, generando una sismicità di bassa magnitudo ma ripetitiva.

Il caso del giacimento di Groningen (Paesi Bassi) è diventato un laboratorio naturale: l’estrazione di metano avviata negli anni ’60 è stata seguita, dal 1991 in poi, da un incremento della sismicità locale, con eventi che hanno raggiunto magnitudo intorno a 3–3.6 e hanno posto seri interrogativi sulla gestione del giacimento.

5. Attività minerarie, fratturazione idraulica e altre sorgenti

  • Miniere profonde: l’asportazione di grandi volumi di roccia e le esplosioni di mina alterano lo stato di sforzo e possono causare “rock bursts” (scatti di roccia) e piccoli terremoti localizzati.

  • Fratturazione idraulica (fracking): la fratturazione in sé genera micro-sismicità di magnitudo molto bassa (generalmente non avvertibile), ma in alcune aree il complesso sistema di stimolazione + reiniezione delle acque di scarto ha portato a eventi più significativi, di magnitudo ≥ 3–4.

  • Altre attività: stoccaggio sotterraneo di gas, progetti di sequestro geologico di CO₂, grandi scavi e gallerie possono produrre sismicità indotta su scala locale, a seconda del contesto geologico.


Quanto sono forti i terremoti indotti?

Osservando i cataloghi internazionali, la maggior parte dei terremoti indotti ha magnitudo molto bassa, spesso inferiore a 2 e rilevabile solo dagli strumenti. Gli eventi che raggiungono magnitudo intorno a 3–4 possono essere avvertiti dalla popolazione, talvolta con lievi danni superficiali (crepe in intonaci, caduta di oggetti).

Solo in casi eccezionali sono stati documentati terremoti indotti o innescati con magnitudo intorno a 5 o leggermente superiore, soprattutto in contesti di:

  • grandissima iniezione di fluidi in zone già tettonicamente stressate,

  • o grandi modifiche di carico (invasi, giacimenti molto estesi).

È importante sottolineare che, anche dove è presente sismicità indotta, il quadro complessivo della pericolosità sismica è ancora dominato dai terremoti naturali di magnitudo maggiore, che rilasciano quantità di energia enormemente superiori e interessano volumi di crosta molto più grandi.


Come si dimostra che un terremoto è “indotto”?

Attribuire in modo rigoroso un evento alla categoria “indotto” richiede un’analisi multidisciplinare. Di solito si considerano:

  1. Correlazione temporale
    L’aumento della sismicità è contemporaneo all’avvio (o alla variazione significativa) di una certa attività: inizio/incremento dell’iniezione, riempimento di un invaso, aumento del tasso di produzione ecc.

  2. Correlazione spaziale
    I terremoti sono concentrati in prossimità dei pozzi, delle gallerie o della struttura artificiale, a profondità compatibili con i livelli interessati dalle operazioni.

  3. Caratteristiche meccaniche
    I meccanismi focali (orientazione delle faglie attivate) e i parametri sismo-meccanici risultano in accordo con il campo di sforzo atteso per la perturbazione introdotta (ad esempio variazioni di pressione dei pori).

  4. Evoluzione statistica nel tempo
    Il tasso di eventi può spesso essere descritto con leggi di tipo Gutenberg–Richter (relazione tra magnitudo e numero di eventi) e modelli probabilistici che mostrano cambiamenti netti in corrispondenza delle modifiche operative.

  5. Risposta ai cambi operativi
    Se riducendo portate, pressioni o volumi l’attività sismica cala (come osservato in Oklahoma e in alcuni progetti geotermici), questo costituisce una forte indicazione del ruolo causale dell’attività umana.

Solo quando più linee di evidenza convergono si parla con sicurezza di sismicità indotta o innescata.


Gestione del rischio: sistemi “semaforo” e monitoraggio

In diversi Paesi, per progetti potenzialmente sismo-inducenti (geotermia EGS, stoccaggio gas, iniezione di acque di scarto, CO₂ storage) sono stati introdotti:

  • reti sismometriche dedicate, con soglie di rilevamento molto basse;

  • piani di gestione della sismicità basati su sistemi a “semaforo” (traffic light systems):

    • verde: attività consentita, sismicità entro limiti attesi;

    • giallo: si riducono portate o pressioni in presenza di un aumento del tasso sismico o di magnitudo intermedie;

    • rosso: sospensione delle operazioni in caso di magnitudo o accelerazioni del suolo sopra soglie prestabilite. 

L’obiettivo non è eliminare ogni micro-evento (impossibile), ma contenere la probabilità di eventi dannosi entro livelli accettabili e compatibili con il contesto urbanistico.


Allora, i terremoti indotti esistono davvero?

Alla luce delle evidenze accumulate in decenni di osservazioni e studi:

  • Sì, la sismicità indotta è un fenomeno reale e ben documentato: dighe, giacimenti, iniezioni di fluidi, miniere e progetti geotermici possono alterare lo stato di sforzo nella crosta e innescare terremoti che, in molti casi, sono misurabili e talvolta avvertiti dalla popolazione.

  • No, non possiamo attribuire automaticamente qualsiasi terremoto alla mano dell’uomo: nella maggior parte delle regioni tettonicamente attive, la sismicità naturale resta il contributo dominante, sia in termini di frequenza che – soprattutto – di energia rilasciata.

  • La questione centrale è probabilistica, non deterministica: certe attività aumentano la probabilità di attivare faglie già cariche di stress; il compito della comunità scientifica e dei decisori è quantificare questo incremento di rischio e definire regole operative adeguate.

Parlare di terremoti indotti in modo scientifico significa quindi riconoscere il fenomeno, misurarlo, modellarlo e gestirlo, evitando sia allarmismi infondati sia minimizzazioni superficiali. Solo una trattazione rigorosa, basata su dati e modelli, permette di decidere se, dove e come certe tecnologie possono convivere in modo accettabile con la pericolosità sismica naturale del territorio.

Terremoti indotti

 

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