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Terremoti italiani di magnitudo maggiore o uguale a 5.0: uno sguardo probabilistico dal 1990 a oggi

Quando si parla di terremoti, una delle domande più frequenti è sempre la stessa: quanto tempo passerà prima del prossimo forte evento sismico?

È una domanda comprensibile, ma alla quale la scienza non può rispondere con una data precisa. I terremoti non seguono un calendario regolare e non possono essere previsti in modo deterministico. Tuttavia, osservare la sequenza degli eventi passati può aiutarci a ragionare in termini probabilistici, cioè a capire quanto spesso, mediamente, si sono verificati determinati terremoti in un certo territorio e quanto tempo è trascorso tra un evento significativo e il successivo.

In questa analisi Tellus abbiamo preso in considerazione i terremoti italiani di magnitudo M ≥ 5.0 avvenuti dal 1990 a oggi, distinguendo due diversi modi di osservare i dati.

Nel primo elenco sono riportati tutti gli eventi di magnitudo pari o superiore a 5.0, compresi quelli appartenenti alla stessa sequenza sismica. Nel secondo elenco, invece, sono stati esclusi gli aftershock, cioè le repliche più importanti successive a un terremoto principale, insieme ad alcuni eventi fuori dal territorio italiano, terremoti profondi di subduzione ed eventi in mare non ritenuti rappresentativi per questa specifica valutazione, salvo quelli più significativi.

Questa distinzione è importante, perché cambia profondamente il significato statistico della lettura.

Se includiamo tutti gli eventi, anche quelli avvenuti a distanza di poche ore o pochi giorni all’interno della stessa sequenza, otteniamo un quadro utile dal punto di vista storico, ma meno adatto a valutare la frequenza dei principali terremoti indipendenti. Se invece escludiamo gli aftershock e manteniamo solo gli eventi principali, otteniamo una fotografia più pulita dei tempi di ritorno tra terremoti significativi.

Terremoti probabilità

 

La differenza tra sequenza sismica ed evento principale

Un forte terremoto raramente rimane isolato. Dopo la scossa principale possono verificarsi molte repliche, alcune delle quali anche di magnitudo elevata. È accaduto, ad esempio, nella sequenza dell’Appennino umbro-marchigiano del 1997, nella sequenza dell’Aquila del 2009, in Emilia nel 2012 e nel Centro Italia nel 2016.

Per questo motivo, nella tabella completa compaiono diversi terremoti ravvicinati, separati anche da zero, uno, due o pochi giorni. Questi eventi sono reali e importanti, ma non devono essere interpretati come “nuovi cicli sismici indipendenti”. Fanno parte della stessa crisi sismica.

La tabella filtrata, invece, prova a isolare gli eventi principali, offrendo una lettura più adatta a un ragionamento probabilistico generale.

I terremoti M ≥ 5.0 dal 1990 a oggi

Dal 1990 al 2026, l’Italia e le aree immediatamente limitrofe hanno registrato diversi terremoti di magnitudo pari o superiore a 5.0. Tra gli eventi più significativi troviamo:

il terremoto di Serravalle di Chienti del 1997, quello dell’Aquila del 6 aprile 2009, la sequenza emiliana del 2012, il terremoto di Accumoli del 24 agosto 2016, quello di Norcia del 30 ottobre 2016 e il terremoto di Fano del 9 novembre 2022.

L’ultimo evento presente nella tabella filtrata è il terremoto di Pietrapaola, in Calabria, del 1 agosto 2024, di magnitudo 5.0. Alla data del 2 maggio 2026 risultano trascorsi 639 giorni dall’ultimo terremoto italiano M ≥ 5.0 considerato in questa selezione.

La media dei giorni trascorsi tra un terremoto principale e il successivo, nella tabella filtrata, è di circa 572 giorni. Questo significa che, osservando il periodo dal 1990 a oggi con i criteri indicati, un terremoto italiano significativo di magnitudo pari o superiore a 5.0 si è verificato mediamente ogni un anno e mezzo circa.

È fondamentale però chiarire bene questo punto: la media non è una previsione.

Un valore medio serve a descrivere il passato, non a stabilire quando avverrà il prossimo terremoto. La sismicità può presentare periodi più tranquilli e periodi più attivi, con intervalli molto diversi tra loro.

Gli intervalli più lunghi senza terremoti M ≥ 5.0

Uno degli aspetti più interessanti della tabella filtrata riguarda proprio i periodi di apparente quiete.

Il periodo più lungo registrato nella serie analizzata è quello compreso tra il terremoto di Potenza del 5 maggio 1990 e il terremoto di Serravalle di Chienti del 26 settembre 1997, con 2701 giorni tra un evento principale e il successivo.

Seguono altri intervalli molto lunghi, come quello precedente al terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009, pari a 1729 giorni, e quello precedente al terremoto di Fano del 9 novembre 2022, pari a 1546 giorni.

Nel confronto con questi valori, i 639 giorni trascorsi dall’ultimo terremoto M ≥ 5.0 non rappresentano quindi, da soli, un’anomalia estrema. Sono superiori alla media della serie filtrata, ma ancora lontani dai periodi più lunghi osservati negli ultimi decenni.

Questo dato va interpretato con prudenza. Non significa che un terremoto sia imminente, né che il territorio sia “in ritardo”. Significa semplicemente che, rispetto alla media degli ultimi decenni, stiamo attraversando un intervallo già abbastanza lungo, ma ancora pienamente compatibile con la variabilità naturale della sismicità italiana.

Una lettura probabilistica, non predittiva

L’approccio probabilistico non cerca di dire “quando” avverrà il prossimo terremoto. Piuttosto, prova a rispondere a domande diverse:

quanto spesso si sono verificati eventi simili nel passato?

quali sono stati gli intervalli più brevi e più lunghi?

l’intervallo attuale è vicino alla media o se ne discosta molto?

ci sono stati in passato periodi più lunghi senza eventi comparabili?

Queste domande sono utili perché permettono di leggere la sismicità in modo più razionale, evitando sia l’allarmismo sia la falsa sicurezza.

L’Italia è un territorio sismicamente attivo. Questo è un dato storico, geologico e scientifico consolidato. Gli Appennini, le Alpi orientali, la Calabria, la Sicilia e diverse aree marine limitrofe sono zone in cui l’energia tettonica continua ad accumularsi e a rilasciarsi nel tempo.

Per questo motivo, anche se non possiamo sapere quando avverrà il prossimo terremoto importante, sappiamo che eventi di magnitudo pari o superiore a 5.0 fanno parte della storia sismica ordinaria del nostro Paese.

Perché escludere gli aftershock

L’esclusione degli aftershock nella seconda tabella serve a evitare una distorsione statistica.

Se una sequenza sismica produce più terremoti M ≥ 5.0 in pochi giorni, contarli tutti come eventi indipendenti riduce artificialmente il tempo medio tra un terremoto e l’altro. È ciò che accade, ad esempio, nelle crisi del 1997, del 2009, del 2012 e del 2016.

La tabella completa è quindi utile per ricordare tutti gli eventi rilevanti, mentre quella filtrata è più indicata per stimare il tempo trascorso tra i principali terremoti indipendenti.

Anche questa scelta, naturalmente, contiene un margine di interpretazione. Decidere cosa considerare aftershock e cosa considerare evento indipendente non è sempre semplice, specialmente quando le sequenze si sviluppano in aree vicine o in tempi ravvicinati. Per questo motivo i criteri utilizzati devono essere sempre dichiarati con chiarezza.

Cosa ci dice il dato attuale

Alla data del 2 maggio 2026, secondo la selezione Tellus, sono trascorsi 639 giorni dall’ultimo terremoto italiano M ≥ 5.0 considerato nella tabella filtrata.

Questo valore è superiore alla media di 572 giorni, ma non rappresenta un record. In passato sono stati osservati intervalli molto più lunghi, superiori a quattro anni e, in alcuni casi, anche oltre.

In termini probabilistici possiamo dire che l’intervallo attuale rientra ancora nella normale variabilità della serie storica recente. Tuttavia, il fatto che l’Italia abbia già vissuto più volte terremoti importanti a distanza di alcuni anni ci ricorda che la prevenzione non può dipendere dall’attesa dell’evento successivo.

La sicurezza sismica deve essere costruita prima, nei periodi di calma, quando c’è il tempo per controllare gli edifici, migliorare la consapevolezza della popolazione, aggiornare i piani di emergenza e diffondere una corretta cultura del rischio.

Il ruolo dell’osservazione e della ricerca

Il progetto Tellus nasce proprio con questo spirito: osservare, raccogliere dati, confrontare segnali ambientali e sismici, e contribuire alla diffusione di una maggiore consapevolezza scientifica.

Studiare i terremoti dal punto di vista probabilistico non significa prevederli, ma comprenderli meglio. Significa osservare il comportamento del territorio nel tempo, riconoscere le sue caratteristiche e ricordare che la memoria storica è uno degli strumenti più importanti per affrontare il rischio naturale.

La storia sismica italiana insegna che i terremoti forti non sono eventi eccezionali in senso assoluto. Sono parte della dinamica geologica del nostro Paese. Possono mancare per anni e poi tornare improvvisamente, oppure concentrarsi in sequenze ravvicinate.

Per questo motivo, ogni periodo di quiete deve essere considerato un’occasione preziosa per prepararsi, non una garanzia di sicurezza.