È ricordato come il terremoto della Candelora perché la tragedia si innestò su quel giorno, su quel rito e su quelle persone riunite. Non parliamo di un terremoto “misurato” dagli strumenti come facciamo oggi: nel 1703 non c’erano sismografi, e dunque i numeri che usiamo adesso – magnitudo, intensità, area di massima distruzione – sono ricostruzioni basate su ciò che restò: racconti, registri, relazioni, danni osservabili e distribuzione degli effetti sul territorio. Eppure il quadro è limpido, fu un evento molto grande, stimato attorno a Mw 6.7, capace di raggiungere intensità estreme nelle zone più colpite, con distruzioni diffuse e pesantissime.
Il cuore della devastazione fu L'Aquila e il suo circondario, ma la ferita si allargò a tanti centri dell’Appennino interno. L’epicentro viene in genere collocato nell’area a nord-ovest della città, nei pressi di Pizzoli, in una zona dove il suolo è attraversato da faglie attive dell’Appennino centrale, strutture geologiche che, quando rilasciano in pochi secondi l’energia accumulata in tempi lunghissimi, producono terremoti capaci di cambiare il volto di un territorio. E infatti qui non si trattò solo di spavento, si trattò di crolli, di polvere, di urla, di gelo. Le stime delle vittime oscillano – ed è normale, perché le fonti del tempo non sono complete e perché quel periodo fu segnato anche da più scosse importanti ravvicinate – ma la sostanza non cambia, fu una catastrofe con migliaia di morti nell’area aquilana e una delle pagine più nere della storia sismica italiana.
C’è un dettaglio che rende questo anniversario ancora più duro da “sentire”: molte persone erano raccolte nelle chiese per la festa, e i crolli colpirono luoghi di culto pieni. Tra i casi ricordati nelle ricostruzioni storiche c’è anche la Basilica di San Domenico, simbolo di quanto un edificio – in quei minuti – potesse trasformarsi da riparo a trappola. È uno di quei particolari che, letti oggi, ti fanno capire davvero cosa significhi un terremoto in un’epoca in cui le case erano spesso in muratura povera, senza criteri antisismici moderni, e in cui l’informazione non arrivava “in tempo reale”, arrivava a cavallo, per lettera, per voce, e intanto si scavava a mani nude.
Eppure, dentro una tragedia così, la storia lascia anche una lezione che merita rispetto. Dopo il 1703, nella ricostruzione si cominciò a ragionare – con gli strumenti dell’epoca – su come rendere gli edifici meno vulnerabili, collegamenti in legno per “legare” i muri, rinforzi, modifiche alle altezze, accorgimenti pratici nati dall’esperienza diretta del disastro. Non era ingegneria come la intendiamo oggi, ma era un modo concreto di imparare. È un pezzo di memoria che parla chiaro, non basta ricordare la paura, bisogna ricordare anche ciò che i nostri predecessori capirono, pagando un prezzo enorme.
Oggi, a distanza di più di tre secoli, il 2 febbraio non è soltanto una data sul calendario. È un richiamo alla memoria di chi non tornò a casa, alla dignità di comunità che dovettero rialzarsi quando tutto era caduto, e a un fatto semplice che qui, in Appennino, non cambia: la terra può tornare a farsi sentire. Per questo ricordare il terremoto della Candelora non è nostalgia o cronaca d’archivio, è cultura del rischio, è rispetto della storia, è attenzione a ciò che ci tiene in piedi quando la terra prova a toglierci il pavimento da sotto i piedi.